giovedì 21 giugno 2018

24 Giugno 2018 – Natività di san Giovanni Battista


“Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: Giovanni è il suo nome”.

È il nuovo che ci fa vivi: questo in estrema sintesi il messaggio del vangelo di oggi, scelto dalla liturgia per commemorare la Nascita di Giovanni Battista, il precursore di Gesù.
Per capirlo meglio dobbiamo necessariamente leggerlo nel suo contesto.
Zaccaria, il padre del Battista, è un sacerdote: in Palestina ve n’erano circa 18.000 su 600.000 persone. Si diventava sacerdoti non per vocazione ma per nascita, di padre in figlio.
Zaccaria era sposato con Elisabetta: il vangelo dice che erano “giusti e che osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore”.
Ma non hanno figli. Sono sterili. Grave cruccio, perché nella Bibbia la sterilità è vista come punizione dell’empio da parte di Dio (Gb 15,34). Ora, non si può certo dire che Zaccaria ed Elisabetta fossero persone empie, anzi inizialmente erano molto religiose: con il passare del tempo, però, questa loro impossibilità di avere figli, era diventato un tormento tale da intaccare la loro religiosità, privandola di qualunque slancio del cuore e dell’anima.
Tant’è che quando un giorno l’Angelo del Signore (Dio stesso) apparendo a Zaccaria gli annuncia che Elisabetta avrà un figlio egli, che avrebbe dovuto essere l’uomo più felice del mondo, gli risponde quasi irritato: “Come è possibile? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni!” (Lc 1,18). Come mai il sacerdote Zaccaria è così scostante con l’Angelo, arrivando quasi a rifiutare il figlio che da sempre lui ed Elisabetta ansiosamente aspettavano? Perché le condizioni che l’angelo gli pone implicano delle conseguenze che per lui sono troppo pesanti e incomprensibili: prima di tutto quel “Lo chiamerai Giovanni!”: Zaccaria capisce immediatamente che questo andare contro la tradizione di Israele che stabiliva per il primogenito lo stesso nome del padre o del nonno in segno di “continuità”, significa per lui l’interruzione della sua linea genealogica, significa mettere fine ad un passato, ancorché sterile ed amorfo ma senza contraccolpi, per cedere improvvisamente il passo alla novità, ad un’era messianica rivoluzionaria in cui, e questo è il secondo motivo del suo disappunto, i “figli” avrebbero avuto il compito di “ricondurre verso di loro i cuori dei padri” (Lc 1,16): cosa veramente impensabile, improponibile. Soltanto pensare che da quel momento i figli avrebbero annullato l’atavico rapporto di dipendenza dal padre, manda in frantumi tutte le sue certezze: se prima infatti i figli erano i continuatori, i trasmettitori alle generazioni future del patrimonio paterno, fatto di storia, di esperienze, di ideali, di valori, adesso improvvisamente sono i padri che devono convertirsi alle novità dei figli, sono questi che assumono il ruolo di maestri nei confronti dei loro padri; l’inesperta gioventù si impone sulla saggezza dei vecchi. È questa la grande novità destabilizzante: l’avvento di una prospettiva storica radicalmente innovativa e rivoluzionaria (il Battista, Gesù Cristo). È dura, è contro i dettami della Scrittura, della Tradizione, della Storia del suo popolo: e questo Zaccaria non lo accetta. E diventa muto (Lc 1,22). Uomo giusto, sempre coerente con la fede dei Padri, dentro di lui tutto era già stabilito, tutto era chiaro e programmato: in lui non c’era spazio per il nuovo: era irrimediabilmente morto nell’anima.
Elisabetta comunque rimane incinta, e partorisce: ed è qui che si aggancia il vangelo di oggi, che ci descrive non tanto la nascita del Battista ma la sua circoncisione (Lc 1,59).
Infatti all’ottavo giorno la Legge prescriveva di circoncidere il neonato. Con questo rito il bambino maschio veniva ammesso alla comunità di Israele e alla Legge. Il rito veniva normalmente compiuto dal capofamiglia, assistito dai parenti e dalla gente del vicinato; ed è in questa occasione che il capofamiglia impone il nome al figlio. Le donne non avevano autorità su tutto questo. Tutti si aspettano che Zaccaria dia a suo figlio il suo nome: è la prassi comune, il segno di una tradizione che continua. Ma interviene Elisabetta: “No, non si chiamerà come suo padre. Si chiamerà Giovanni”.
Ebbene: ogni rottura di rito, di tradizione, di uso, di consuetudine, comporta sconcerto e rifiuto. Diceva Schopenhauer: “La verità, come la novità, passa per tre gradini: dapprima viene ridicolizzata; poi viene violentemente contrastata; infine viene accettata come ovvia”.
Nel frattempo, finché è rimasto muto, qualcosa in Zaccaria è cambiato. Egli cioè ha permesso a quanto gli stava accadendo di cambiarlo, di farlo diverso, di trasformarlo.
E quando gli chiedono come vuole chiamare il figlio, visto che non può parlare, prende una tavoletta e scrive: “Giovanni è il suo nome!”. Zaccaria ha finalmente capito. E proprio perché ha accettato il “novum” di Dio, permettendogli di cambiarlo, di farlo diverso, torna a parlare; e non solo parlerà ma addirittura canterà pieno di Spirito Santo il sublime “Benedictus” (Lc 1,67-79).
Bene: questo è il Vangelo. Il suo messaggio per noi? “È il nuovo che ci rende vivi!”
Qual è infatti la cosa che più ci fa sentire vivi, eccitati, pieni di vita? Sicuramente la novità, l’attesa di una nuova e concreta prospettiva di vita. Quando ci nasce un figlio (il “nuovo” che arriva), ci sentiamo felicissimi; così quando dobbiamo iniziare una nuova attività, ci sentiamo “alle stelle”. Ogni giorno noi mangiamo nuovo cibo perché il corpo rinvigorisca, rimanga in vita. In ogni istante noi respiriamo nuova aria e tutto il nostro corpo si rinnova costantemente: in due mesi tutte le cellule del nostro corpo sono nuove. Noi siamo continuamente immersi nel nuovo anche se non lo sappiamo. Nella vita materiale, insomma, noi abbiamo assoluto bisogno del nuovo. Come pure nella vita spirituale: tant’è che il termine stesso “Vangelo” vuol dire “buona nuova”: e Gesù fu rifiutato e giustiziato non perché il suo messaggio era improponibile, ma perché era nuovo.
Se nella vita sociale ci comportiamo sempre allo stesso modo (bellicoso o accondiscendente), è chiaro che i risultati che otteniamo saranno basati su intolleranza o accoglienza. Ma se cerchiamo di proporci con altri atteggiamenti, nuovi e diversi, avremo sicuramente maggiori possibilità di relazionarci positivamente: se adottiamo infatti dieci nuove strategie, sicuramente avremo dieci possibilità di successo in più.
Così, se basiamo la nostra fede solo su quel poco che abbiamo imparato da bambini al catechismo, non è male, ma è decisamente poco. Se però cerchiamo di imparare sempre qualcosa di nuovo, se ogni giorno cerchiamo di leggere, di studiare, di meditare, sicuramente la nostra fede ne trarrà beneficio, si amplierà, si irrobustirà, permettendoci di capire meglio chi è Dio, chi è Gesù, cosa dice e insegna il suo Vangelo. E personalmente ne trarremo un aiuto più consapevole e meritorio.
L’uomo, insomma, se non c’è il nuovo che lo impegna di continuo, lentamente ma inesorabilmente scivolerà in una monotona staticità psichica, fino al punto da rimanere con il cuore e l’anima completamente aridi, vuoti, morti. Amen.



giovedì 14 giugno 2018

17 Giugno 2018 – XI Domenica del Tempo Ordinario


«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-34).

Il Vangelo di oggi merita una particolare attenzione: soprattutto da noi che siamo convinti di essere il motore trainante del Regno, quelli che reggono le sorti della Chiesa, quelli che hanno sempre una soluzione migliore per ogni cosa, quelli che, se gli altri ci dessero retta, le cose andrebbero sicuramente meglio.
Tranquilli: non è il nostro efficientismo né la nostra esperienza, né la nostra super preparazione personale che concorrono a fare grande il Regno di Dio.
Edificare il Regno, ci dice infatti il vangelo, è come piantare un piccolo il seme: ha solo bisogno di essere piantato alla giusta profondità per germogliare e dare frutto: la sua crescita è automatica, avviene spontaneamente, anche quando il seminatore dorme o è assente: non ha bisogno della sua presenza; inoltre lo sviluppo non avviene a casaccio, ma risponde alle sue proprietà naturali, programmate dal Creatore, che gli consentono, lui piccolissimo, di produrre frutti ben più grandi e abbondanti.
Questo è quanto ci insegna il vangelo di oggi. Queste devono essere le caratteristiche del nostro lavoro di semina della Parola.
Purtroppo il terreno su cui dobbiamo seminare, la società in cui viviamo, è diventato brullo, arido, peggio di una pietraia: viviamo in un’epoca che per certi versi è già “post cristiana”, un’epoca cioè in cui il Cristo e la sua Parola, la Chiesa e i suoi fedeli, sono ridicolizzati, messi al bando, rifiutati.
Ma ciò non deve ferirci né scoraggiarci; non deve smorzare il nostro impegno; anzi deve renderci più reattivi ed entusiasti. Non si tratta di essere dei “superman”, degli spaccamontagne, dei “faccio tutto io” come siamo inclini a pensarci, ma soltanto degli autentici “cristiani”; null’altro che dei piccoli, umili, imbranati seminatori, dispensatori e annunciatori con la vita della Parola: l’importante però è che dobbiamo farlo con lo stile di Dio: uno stile fatto soprattutto di pazienza, di amore, di fiducia, di tempo.
In natura tutto ha bisogno di un suo tempo per crescere, per maturare: perché la vegetazione rinasca vigorosa in primavera, ci vuole tutto l’inverno; perché nasca un bambino ci vogliono nove mesi; è il tempo dell’attesa: sembra che non accada nulla, ma in profondità la vita si prepara alla sua esplosione, al suo naturale sviluppo. Non possiamo tirare le gambe di un bambino perché cresca più in fretta, come non possiamo tirare il gambo di un fiore per allungarlo.
Noi purtroppo siamo abituati a premere un bottone, e quello che vogliamo ottenere avviene immediatamente: con il pulsante della tv vediamo cosa succede nell’altra parte del mondo; con quello del computer o del telefono contattiamo chiunque, dovunque si trovi. Tic-tac: tutto avviene. È un semplice giochetto!
Ma per le cose della vita, sia essa naturale che spirituale, non è così; ci vuole un tempo di attesa, esattamente come per i sentimenti: l’amore, la fiducia, i sogni, le aspirazioni, prima che si concretizzino, hanno bisogno di un loro tempo di formazione, di incubazione, di maturazione. L’importante è credere.
Ecco: un altro particolare importante che traspare dal vangelo di oggi è l’ottimismo di Gesù: Egli ha fiducia nel suo lavoro, crede nella forza delle sue idee, sa che la Parola, uscita dalla bocca di Dio, non tornerà mai senza effetto, senza aver compiuto ciò che Egli desidera, ciò per cui Egli l’ha mandata (cfr. Is 55,11). Allora, lavorare con questo specialissimo seme, ci deve solo che tranquillizzare: perché la Parola porti frutto dobbiamo soltanto seminarla, annunciarla, soprattutto viverla; dobbiamo in altre parole compiere umilmente la nostra” evangelizzazione mediante l’esempio, la carità, l’amore: tutto il resto viene da sé; il Regno non dipende da noi; dipende da Dio e dalla “fertilità” del terreno su cui il suo “seme” cade. Nella vita della Chiesa vanno banditi i personalismi: il nostro non è un “lavoro” individuale, solitario, isolato: è un lavoro di équipe, collettivo, fatto a più mani nella preghiera, diretto e coordinato dall’unica mano di Dio, magistrale e risolutiva, che controlla e provvede a tutto, come dice giustamente Paolo alla comunità cristiana di Corinto: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1Cor 3,6). Non è dunque l’azione dell’uomo che produce il Regno, ma è la potenza di Dio.
Se lavoriamo con quest’ottica, tutte le nostre ansie, tutte le nostre preoccupazioni non solo non servono a nulla, ma sono dannose; sono inquietudini che non vengono da Dio, che ci ha comandato di non affannarci (cfr. Mt 6,25-34), ma dalla nostra mancanza di fede.
Il buon esito dell’annuncio, della semina, non dipende infatti dalla nostra efficienza, ma da un Altro: il regno di Dio è di Dio, non siamo noi che lo costruiamo, che lo ingrandiamo, che lo irrobustiamo. Semmai, con il nostro comportamento folle, a volte possiamo al massimo ritardarne il corso, il suo fluire: come può succede per l’acqua di un fiume che sul suo corso trova una irrisoria barriera di fango e di rifiuti.
Spesso gli ostacoli a Dio e al suo Regno sono posti non tanto dalla malvagità dei cattivi, quanto dalla stupidità dei buoni: la più grande alleata del demonio è proprio la nostra ignoranza spirituale, è il nostro assecondarlo, lasciandoci conquistare da quei fuochi fatui che Gesù scartò decisamente come tentazioni: il successo, la pubblicità, l’efficienza, la grandezza, il benessere.
“Il regno di Dio è come un granello di senape”, un seme veramente minuscolo, quasi invisibile: proprio perché Dio è grande, immenso, non ha avuto paura di farsi piccolissimo, umano; non ha avuto paura di morire sulla croce tra gli scherni e la derisione dei presenti; proprio perché il suo Regno è eterno e potente, ha scelto di fare a meno della grandiosità degli apparati esteriori. Dio non ha bisogno di terrorizzare per affermarsi: non gli servono eserciti, nonostante il mondo lo combatta con tutti i mezzi, contrapponendo alla sobrietà del suo Vangelo le più attraenti seduzioni, il denaro, il possesso, il piacere. È tutto inutile: nonostante tutti gli ostacoli frapposti dal mondo, il seme di Dio, piantato sul Golgota, ha avuto e avrà sempre la meglio: è già “un grosso albero” all’ombra del quale l’umanità intera troverà sempre ristoro, accoglienza, Amore. Amen.


venerdì 8 giugno 2018

10 Giugno 2018 – X Domenica del Tempo Ordinario


Esaurite le grandi solennità del Tempo Pasquale e quelle “mobili” immediatamente successive alla Pentecoste, oggi la liturgia ci reintroduce nel Tempo Ordinario, durante il quale ci propone una serie di letture evangeliche che illustrano quelle che devono essere le caratteristiche fondamentali della Chiesa di Cristo e di quanti intendono farne parte.
Marco, con il suo solito stile conciso e pieno di inclusioni, sottopone oggi alla nostra riflessione un testo particolarmente significativo in questo senso.
Le tematiche trattate sono due: la difesa di Gesù dall’accusa rivoltagli dalle autorità di essere un indemoniato, uno strumento di Satana, e la sua precisazione su chi siano “sua madre e i suoi fratelli”.
Ma andiamo con ordine. Gesù, durante la sua missione, è costantemente circondato da una folla di poveretti, di emarginati dalla società, di malati, di posseduti dal demonio, di bisognosi d’aiuto: tutti lo rincorrono per avere da lui la soluzione dei loro problemi, la guarigione dalle loro infermità. E a tutti Egli dona conforto e salute sia corporale che spirituale.
Preoccupate di tanto consenso della folla, le autorità religiose, sopraggiunte di proposito da Gerusalemme, cercano in tutti i modi di screditarlo, sostenendo che tutto quanto egli compie, lo compie per mezzo si satana: in particolare gli rinfacciano che egli riesce a cacciare i demoni soltanto grazie all’intervento diretto di satana. Una insinuazione decisamente ridicola: quando mai satana caccerebbe se stesso da un luogo di sua proprietà? È infatti decisamente impensabile che il demonio, attaccatissimo e gelosissimo del suo regno di morte, sia tanto ingenuo da rinunciarvi andando contro i suoi stessi interessi.
Semmai, ribatte Gesù, opera del demonio sono i vostri tentativi di attribuire a satana le opere che appartengono a Dio, rifiutando in questo modo l’opera redentrice che io sto realizzando nel mondo. In altre parole, dice Gesù, gli indemoniati siete voi, perché rifiutate categoricamente e senza riserve la salvezza che mio Padre, Dio Amore, sta operando mio tramite: un peccato, il vostro, che non potrà mai ottenere il perdono: non perché Dio prenda le distanze, vi giri le spalle, ma perché arrivate a rifiutare la possibilità di perdono e redenzione, negando la mia missione di Messia.
“In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”.
Rifiutare l'azione di Dio che agisce nella persona di Cristo dal momento del suo battesimo nel Giordano (“Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento!”) costituisce infatti il più grave insulto alla potenza stessa di Dio. Con il loro atteggiamento, pertanto, gli scribi si autoescludono dalla salvezza che il Padre, spalancando definitivamente il Cielo, ha portato nel mondo per mezzo del Figlio, grazie allo Spirito, il reciproco amore che li unisce indissolubilmente. Peccare quindi contro lo Spirito Santo costituisce un’offesa “imperdonabile”, non perché Dio non la perdoni a chi si pente, ma perché è gravissima, rappresenta la volontaria astensione dalla fede, il rifiuto di convertirsi, di aderire all’opera redentrice di Cristo, collaborando con riconoscente umiltà alla sua azione salvifica conclusa sulla Croce.
Il catechismo ce ne presenta diversi di questi peccati “contro lo Spirito Santo”, tutti demoniaci e “imperdonabili”: come “disperare della salvezza eterna, presumere di salvarsi senza merito, impugnare la Verità conosciuta, invidiare la Grazia altrui, ostinarsi nel peccato, l’impenitenza finale”. Sono tutti molto simili perché ciascuno comporta il rifiuto della Grazia e degli aiuti divini di cui lo Spirito Santo è portatore.
Venendo a noi, dobbiamo riconoscere oggi una diffusa ostilità contro Gesù e il suo Vangelo: purtroppo oggi la società si esprime contro lo Spirito in maniera sempre più categorica, combattendo con tutti i mezzi la fede cristiana, la Chiesa cattolica e qualsiasi riferimento ad essa, rifiutando pervicacemente qualunque azione divina di perdono e di Grazia.
Nonostante le infinite prove tangibili e inconfutabili dell'Amore di Dio, rivelate attraverso la vita delle persone e gli eventi della storia, c'è chi cerca di propagandare sistematicamente l’odio per il sacro, per i principi morali, per i valori inalienabili della civiltà cristiana, contrapponendo alla dottrina etica e religiosa della Chiesa, un edonismo, un materialismo, un relativismo sfrenati. C'è addirittura chi si vanta con orgoglio della propria miscredenza, del proprio perseverare nel peccato, della propria vita amorale e contro natura, facendolo come atto di sfida, di sberleffo, nei confronti di Cristo e di tutti quei “beoti” che lo seguono; come pure chi, pur riconoscendosi colpevole, rifiuta con orgoglio e arroganza qualunque forma di ripensamento e di ravvedimento.
Peccare provocatoriamente contro lo Spirito Santo, in questa nostra società secolarizzata e impertinente, è diventato ormai un naturale e sconsiderato “modus operandi”: ma di una cosa dobbiamo essere assolutamente certi: che quanti perseverano nel negare Dio e la sua Misericordia, prima o poi cadranno vittime del loro errore, perché in nessun modo la presunzione e l’orgoglio riusciranno mai a sopraffare l’Amore e la Verità.
Di fronte a tanta cattiveria, a noi deboli e tiepidi cristiani, smarriti nella nostra umanità, può venire a volte da pensare: “perché vivere secondo il Vangelo di Cristo, quando questo ci porta ad essere derisi, ci impone privazioni e ogni genere di ostilità? Ne vale veramente la pena?”.
Ebbene: se noi uomini e donne possiamo talvolta anche deludere chi si affida a noi, Cristo non ha mai deluso nessuno: le sue promesse di premio e di Amore eterno sono certezza assoluta, e questo ci deve bastare per continuare a vivere cristianamente, a combattere senza sosta, ad annunciare con determinazione la sua Parola. Le difficoltà che incontriamo nella salita al suo Monte, sono sicuramente sopportabili all’idea del riposo, della soddisfazione, di questo Amore completo e duraturo che otterremo una volta raggiunta la vetta.
“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”.
È il secondo tema del vangelo di oggi. Attorno a questo versetto di Marco e a quelli analoghi degli altri sinottici (Mt 12,46-50; Lc 8,19-21) sono stati consumati fiumi d’inchiostro: Gesù era figlio unico, o Maria la “sempre vergine” ha avuto altri figli? Al di là delle fantasiose ricostruzioni di tanti romanzieri contemporanei, il cui scopo preferito è quello di gettare discredito sul nostro “credo”, oggi le posizioni sono tre: a) secondo la Chiesa cattolica i “fratelli e le sorelle” di Gesù erano i cugini, i parenti affini o comunque i membri del clan familiare di Gesù; b) secondo le Chiese orientali essi erano invece i “fratellastri” di Gesù, figli cioè di un precedente matrimonio di Giuseppe che, rimasto vedovo, era convolato a nozze con Maria; c) secondo le chiese protestanti moderne, i Testimoni di Geova, e alcuni studiosi della corrente storico-critica, essi erano “veri figli carnali” di Giuseppe e Maria, nati dopo il primogenito Gesù.
Ora, giusto per avere un’idea corretta sul significato del termine greco “adelphòs” con cui è stato tradotto il testo ebraico, è necessario risalire al mondo semitico e al fondo linguistico e sociale sotteso ai Vangeli: in aramaico – così come in ebraico – c’è un unico termine (Haha/hah) che designa sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l’alleato. In quest’ottica si capisce infatti perché Abramo chiami “fratello” suo nipote Lot (Genesi 13,8), come pure fa Labano nei confronti di suo nipote Giacobbe (29,15).
Si tratterebbe quindi di una errata interpretazione dell’ebraico, visto che nel contesto socio-culturale giudaico di Gesù, il termine “fratello” non aveva, come abbiamo visto un senso univoco come nel greco, dove per indicare un “cugino”, persona diversa da “adelphòs”, viene utilizzato il vocabolo specifico “anepsiós”.
Infatti, già un antico apocrifo, come il Protovangelo di Giacomo del II secolo, ha considerato in realtà questi “fratelli” come “fratellastri” perché in quello scritto, al momento del matrimonio con Maria, Giuseppe confessa: “Ho figli e sono vecchio” (9,2).
C’è poi un’altra considerazione più significativa e fondata: l’espressione “fratelli del Signore” nel Nuovo Testamento (At 1,14; 1Cor 9,5) designa nella realtà un gruppo specifico di persone, quello dei giudeo-cristiani, legato al clan parentale nazaretano di Gesù. Essi costituirono una sorta di comunità a sé stante, dotata di una tale autorevolezza da imporre come primo “vescovo” di Gerusalemme proprio quel “fratello di Gesù”, Giacomo, citato anche dallo storico romano di origine ebraica Giuseppe Flavio.
Per noi cattolici, in ogni caso, il problema non esiste, in quanto la questione è già stata ampiamente risolta, nel senso che l’esistenza di “fratelli e sorelle carnali” di Gesù è incompatibile con il dogma della perpetua verginità di Maria, esplicitamente esposto nel Secondo Concilio ecumenico di Costantinopoli del 553 d.C., e ufficialmente confermato nei successivi Concili Lateranense IV del 1215 e II di Lione del 1274.
Ma torniamo al vangelo: c’è da notare come il testo specifichi come in questa occasione siano i “suoi” che si intromettono nell’azione pastorale di Gesù, definendolo addirittura “fuori di sé”; questi “suoi” sono il suo “clan”, sono i suoi “parenti” che intervengono, spinti non dallo Spirito Santo, ma semplicemente dal loro cuore, preoccupati di come potevano mettersi le cose a causa dell’accesa discussione con i capi religiosi; non potevano essere certo parenti stretti come i fratelli carnali ad interromperlo, non poteva certo essere Maria sua madre, costantemente illuminata dallo Spirito, a mandarlo a chiamare: Ella era consapevole di dover rispettare i tempi e la volontà di questo suo Figlio e Signore, e lo faceva con il suo silenzio adorante.
“Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.
Una risposta secca, questa di Gesù: una risposta un po' indispettita; una risposta, forse, con cui vuol disconoscere i suoi parenti, rinnegare Maria, ripudiandola come Madre? Certamente no!
La sua risposta ha semplicemente un valore universale: non è rivolta tanto a Maria e ai “suoi”, quanto a tutti noi; è una risposta che ci provoca tutti direttamente, in prima persona: è la risposta, unita allo “sguardo”, con cui Gesù elegge e, nello stesso tempo, interpella, impegna ciascuno di noi, a divenire “suoi fratelli, sorelle e addirittura madre”.
La sua logica è una sola e vale per tutti, nessuno escluso: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,34-39).
Per Gesù dunque prima di tutto viene la volontà di Dio: ed è in questa volontà divina che Lui fa nascere tutti i rapporti interpersonali. Chi è in linea con la volontà di Dio? Chi gli permette di compiere solo e sempre la volontà di suo Padre. Chi dovesse ostacolarlo, interromperlo, disturbarlo, dimostra di non amarlo, perché non capisce cosa significhi per lui fare la volontà di Dio.
In pratica Gesù ci fa capire che per essere uniti a lui con legami di autentico amore, non servono i legami della carne e del sangue, quanto piuttosto la decisione di fare come lui la volontà del Padre, in quanto se è vero che Gesù è l’origine della nostra comunione fraterna, è altrettanto vero che questo nostro legame con lui si fonda e si costruisce all’ombra “luminosa” di quel Padre che egli è venuto a rivelare; Egli in pratica ci introduce nella sua intima relazione con il Padre invitandoci a partecipare di quello stesso mistero che li unisce: allora le parole con cui termina il suo discorso devono costituire per noi la sintesi programmatica della nostra sequela: “chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.
“Fare la volontà di Dio”: questo è il nostro programma di vita; compiere il “suo disegno”, realizzare la sua “idea”; che non è osservare la sua legge in astratto, ma seguire lo stesso cammino di Gesù, portando anche noi la nostra croce così come Lui l’ha portata: con lo stesso amore, con lo stesso attaccamento, con lo stesso proposito, convinti anche noi di compiere la volontà del Padre “nostro”. Amen.


giovedì 31 maggio 2018

3 Giugno 2018 – Ss. Corpo e Sangue di Cristo


«Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: Prendete, questo è il mio corpo. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti» (Mc 14,12-16.22-26).

Il vangelo di oggi ci ricorda l’istituzione dell’Eucaristia, la festa del Corpo e Sangue di Cristo.
E ci sottolinea quanto sia importante la condivisione, quanto sia fondamentale partecipare tutti insieme allo stesso banchetto del Corpo di Cristo, fare cioè “comunione” con i fratelli: oggi è pertanto la festa anche di tutti noi, la festa che ci ricorda l’importanza di essere “Chiesa”.
Alla sua morte Gesù non ci ha lasciato in eredità nulla di questo mondo: non ricchezze, non oggetti preziosi, non una casa, non libri preziosi: ci ha lasciato una cosa sola, sé stesso: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”.
Dio si è fatto carne per noi: è questo il suo grande dono, ed è appunto questo il grande mistero che la Chiesa oggi propone alla nostra meditazione: Gesù è venuto su questa terra, si è incarnato, ha assunto un corpo mortale; non è rimasto lassù col Padre, ma ha accettato di abbassarsi al nostro livello umano; Lui, il senza macchia, si è fatto carico di tutte le nostre colpe, si è fatto carne, ha assunto un corpo da offrire in sacrificio sulla croce, pagando così il prezzo per il nostro riscatto: un corpo che ha voluto lasciare qui tra noi nel pane consacrato, instaurando una costante opera di mediazione tra noi e il Padre: è vero: noi possiamo arrivare a Dio anche attraverso l’amore per una persona, attraverso un paesaggio, un tramonto, le bellezze della natura, attraverso il sorriso di un bambino, di una madre, attraverso le lacrime di gioia di chi è felice… Anche queste sono “mediazioni”. Ma l’autentica, la più grande mediazione, è quella di Cristo nell’Eucaristia: Dio, attraverso il pane della domenica, attraverso il corpo del Figlio, continua a darsi a noi in un rapporto diretto di amicizia e di grazia; un rapporto con Dio che continua anche per mezzo del “nostro” corpo, trasformato con Cristo in Cristo; e continua ancora mediante il corpo dei “nostri” fratelli, anch’essi immagine “viva” di Cristo.
In questo senso possiamo definire il Cristianesimo la “religione del corpo”. Per secoli si è sempre fatta una netta distinzione tra ciò che è materiale (il corpo con tutto ciò che è umano) e ciò che è spirituale. E si diceva: “Tutto ciò che è materia è destinato a morire, è indegno, spregevole. Tutto ciò che è spirito è invece elevato, eterno, sublime: umiliamo quindi il più possibile la materia, perché solo così faremo emergere lo spirito”. Con tali premesse, seguire Dio significava “crocifiggere” in suo nome il proprio corpo, vivere nella fuga e nel disprezzo del mondo. La via della santità, ancora fino a qualche decennio fa, passava unicamente attraverso la completa rinuncia ad ogni piacere, di qualunque natura esso fosse (cibo, sesso, affetti, amicizie, divertimento, allegria): così, per esempio, andare al cinema era “peccato”, andare a ballare era peccato; qualunque divertimento era visto come mezzo di sicura perdizione. Tutto ciò che era “corporale” era automaticamente sporco, diabolico, negativo, dannoso.
Ma non è così: il nostro corpo è abitazione di Dio, è tempio di Dio, esattamente come corpo di Dio è il pane eucaristico, “pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli”. Nell’Eucaristia che noi assumiamo, Dio viene in noi, Dio entra realmente nel nostro corpo. Lo Spirito di Dio, su questa terra, esiste soltanto attraverso un corpo: una volta quello di Gesù, ora il nostro, quello dei fratelli, quello della Chiesa. Il corpo diventa così spirituale e lo Spirito diventa corporeo. Ecco allora che quando stiamo male nel corpo, anche lo spirito soffre, e quando lo spirito sta bene, pure il corpo sta bene. Tante nostre malattie corporali, sono solo malattie dell’anima: possiamo prendere tutte le medicine possibili, ma non arriveremo mai a “star bene”; perché non è il nostro corpo ad essere ammalato, ma il nostro spirito; il corpo infatti non è altro che la visualizzazione, il “monitor”, il riflesso del nostro spirito.
Curare il nostro corpo significa curare anche la nostra anima; tenerlo in forma, significa “tenere in forma” l’anima. Se ci ingolfiamo di cibo, di alcolici e di droghe, se amiamo gli eccessi estremi di qualunque natura, vuol dire che la nostra anima è gravemente ammalata, ha bisogno di disintossicarsi dal “troppo”, ha bisogno di pause salutari, di silenzio, per eliminare quella “sazietà mortale” che le impedisce di ascoltare lo “Spirito che parla ai nostri cuori”, e integrarsi totalmente nel Corpo di Dio.
Insomma chi non ama il proprio corpo non ama neppure Dio, perché il nostro corpo è a pieno titolo inabitazione dello Spirito.
Ecco perché il nostro corpo va accudito, curato, rispettato: anche attraverso il godimento di tutte quelle cose buone di cui Dio ci ha riforniti tramite il suo creato.
A ben guardare, infatti, una delle grandi rivoluzioni che Gesù ha portato nei costumi del suo tempo, è stata la sua abitudine di condividere il cibo con chiunque, di sedersi a tavola e mangiare con tutti: lo ha fatto con gli esattori delle tasse, con i pubblicani e i peccatori, con i farisei e gli uomini di legge; durante uno dei suoi pasti ha accolto anche delle donne di cattiva fama, ha mangiato perfino con i lebbrosi, considerati rifiuto della società. Gesù non si è mai posto problemi di alcun genere, ha mangiato tutti i giorni, e lo ha fatto in compagnia di chiunque si trovasse con lui.
Proprio per questa sua abitudine era accusato apertamente dai suoi nemici: gli rinfacciavano di essere un beone, un crapulone; di mangiare perfino nei giorni proibiti (come di sabato), senza mai rispettare le regole religiose, come quella delle abluzioni da fare prima di toccare cibo. Chi non osservava queste norme, era quindi ritenuto automaticamente un pubblico peccatore, e veniva escluso dalla comunità.
Gesù ha stravolto questo sistema: la sua missione non è stata quella di fondare un’élite di puri, di eletti, di uomini “in grazia”; ma di abbattere qualunque forma di emarginazione nei confronti di tutti gli esclusi, di tutti i reietti, di tutti i feriti nel cuore e nella vita.
È infatti per loro, per quanti si sentono deboli, sofferenti, bisognosi, vulnerabili, che Egli ha lasciato in eredità il suo Corpo e il suo Sangue.
Noi stessi andiamo al banchetto eucaristico non perché ci sentiamo giusti, in regola, puri, ma perché sentiamo il bisogno del suo amore; sentiamo il bisogno di sentirlo materialmente vicino, di mangiare il “Suo” cibo: e Gesù ci accetta con gioia alla sua mensa, mangia volentieri con noi: anche se siamo più disonesti di Zaccheo; perché, peggio di lui, tutti noi “rubiamo”, tutti noi facciamo i nostri interessi, scegliamo sempre ciò che ci è più comodo e più utile; in famiglia per esempio: chiediamo tanto agli altri, pretendiamo dai nostri figli obbedienza e rispetto, dai nostri mariti o dalle nostre mogli massima tenerezza e disponibilità; ma noi personalmente diamo molto poco. Investiamo in questo decisamente poco, spesso addirittura proprio niente.
Gesù ci accetta e mangia con noi anche se siamo peggio di Levi, l’esattore dei tributi, del quale condividiamo apertamente la stessa mentalità: “Io ti do, solo se tu mi dai; cosa mi dai in cambio? Io non faccio nulla per niente!”, arrivando a contrattare perfino quel minimo di bene che facciamo.
Gesù ci accetta e mangia con noi anche se siamo molto peggio delle “donne facili” di ogni tempo: all’esterno siamo brillanti e seducenti, anche se dentro di noi sappiamo molto bene a quali vergogne, a quali imbarazzanti compromessi ci siamo abbassati per ottenere in cambio un inutile ed effimero tornaconto.
Gesù ci accetta e mangia con noi anche se siamo dei Giuda, anche se continuiamo a tradirlo, a venderlo vergognosamente ai suoi carnefici; mangia con noi anche se siamo palesemente dei mascalzoni, dei delinquenti, degli approfittatori: chiunque può a ragion veduta evitarci, rifiutarci, detestarci, odiarci; ma Lui no, Lui non ci rifiuta, non ci odia.
“Il corpo di Cristo” ci dice il sacerdote quando ci comunica; e noi gli rispondiamo “Amen, sì, è vero!”: e apriamo la nostra misera dimora: il Corpo di Cristo viene dentro di noi, viene ad abitare in casa nostra, diventa un tutt’uno con noi, si immedesima in noi; in quel momento prodigioso possiamo percepire il nostro cuore sussurrargli: “Signore, questo è il “mio” di corpo…” e Lui di rimando rispondere: “Amen, Sì, lo so, figlio mio”. 
“Magnum mysterium, adorabile sacramentum”, hanno cantato i Padri alludendo a questo reciproco “sì”, a questa personalissima, totale e incondizionata accettazione: un “si”, quello di Dio, portatore di grazie e benedizioni; un “si”, il nostro, che ci deve seriamente impegnare nella vita di perfezione nella “perfetta carità”. Allora, vivere una vita eucaristica, non vuol dire andare in chiesa per “fare la comunione” tutti i giorni, ma vivere ogni giorno facendo della nostra vita un dono d’amore agli altri.
Se non riusciamo a realizzare questo compito, se non riusciamo a donare, esprimere, offrire ciò che abbiamo di assolutamente “nostro”, di più profondo, di più intimo, di più divino, la nostra vita sarebbe completamente inutile, decisamente sterile; le nostre fatiche, le nostre lotte, la nostra passione, il nostro amore non servirebbero a nulla e a nessuno. Amen.


giovedì 24 maggio 2018

27 Maggio 2018 – Santissima Trinità


«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,16-20).

Oggi la Chiesa celebra la festa della Trinità. Un titolo che non esiste nei Vangeli; un concetto teologico sconosciuto agli apostoli; essi annunciavano soltanto la loro grande verità: “Quello che è stato crocifisso, Gesù, non è morto, ma è vivo. Noi lo abbiamo veduto, lo abbiamo incontrato; lo sentiamo dentro di noi”. Punto. Questa era la loro fondamentale testimonianza. E per la Chiesa nascente questo bastava. Col passare degli anni però i primi cristiani cominciarono a chiedersi qualcosa di più sulla persona di Gesù: “Cosa vuol dire che Gesù è Figlio di Dio?”. E poi: “In che modo Gesù è il Figlio di Dio?”. E ancora: “Chi è Dio?”.
Per noi la vita Trinitaria è una verità raggiunta e ben definita, ma all’inizio non fu affatto così.
Solo nel 325 il concilio di Nicea stabilì che “il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza, usando per “sostanza” il temine greco “homousios”, identico cioè al Padre quanto alla natura e alla sostanza. Il concilio di Costantinopoli del 381, poi, contro il macedonianismo, decise che anche lo Spirito Santo è ugualmente “homousios”, consustanziale cioè al Padre e al Figlio.
Colui però che chiarì il mistero della Trinità in maniera chiara, accessibile a tutti, fu Sant’Agostino, che nel suo “De Trinitate” spiegò: il Padre è Colui che ama (Amans), il Figlio è l’Amato (Amatus) e lo Spirito è il reciproco Amore (Amor) tra Padre e Figlio.
Le tre persone divine non sono quindi statiche, tre divinità autonome e diverse che se ne stanno per conto loro, ma sono dinamiche, sono cioè in continua relazione tra loro. “Dio è Amore; Dio è Relazione”. Una verità inesprimibile, teologicamente abbastanza ostica da capire: tant’è che per parlare di questa relazione che intercorre tra i tre, Padre, Figlio e Spirito Santo, il Concilio usò la parola “pericorèsi”: dal greco “perì-corèo” che vuol dire andare attorno, girare intorno, danzare. La Trinità è pertanto Vita, Relazione, Danza, Divenire, Amore, Comunicazione, un Darsi e Riceversi continuo, persistente, eterno.
La prima grande verità che possiamo pertanto dedurre dalla festa di oggi è che, ad immagine della Trinità, tutta la vita, tutto il creato, come pure tutto ciò che ci riguarda, che ci accade, è in costante relazione: tutto è collegato al Tutto, tutto è interconnesso, tutto è comunicante con l’Amore Assoluto (Gv 17,11), tutto è a Lui riconducibile; tutto è Uno e Trino, perché nulla può esistere di separato, di diviso, di isolato, “al di fuori” di questo Amore; niente e nessuno può esistere, se non attraverso questa palpitante relazione.
L’amore di Dio Trinità è quindi un amore che “sostiene ogni cosa”, come scrive Paolo (1Corinzi 13,7), un amore che è la realtà ultima e profonda di ogni creatura, dell’intero creato.
Una realtà che ci tocca particolarmente. Tutti infatti cerchiamo l’amore. Tutti vogliamo essere “sorretti” dall’amore. Tutti vogliamo essere amati, felici. Soltanto l’amore di Dio però può saziare questa nostra fame di felicità. Lui è l’unica forza che ci sostiene, il calore che ci riscalda l’anima, il medico che ci guarisce, la guida che ci accompagna lungo il cammino della vita. È l’energia soprannaturale che infonde coraggio, potenza, entusiasmo, autorevolezza.
Questo è lo stesso amore con cui Gesù ha amato le folle, con cui ancora oggi continua ad amarci: con grande dolcezza, con comprensione, con garbo; ma anche con forza, con chiarezza, con determinazione: un amore comunque discreto che non si impone, non fa paura, non terrorizza, non manipola nessuno. Egli, come faceva una volta, continua ad avvicinare i più deboli, i più derelitti, i più indegni, i peccatori più incalliti, sussurrando a ciascuno: “Sono qui per amarti: ti va di aprirmi il tuo cuore?”. Non costringe nessuno, non butta giù le porte; sa benissimo che a volte la paura di aprirsi, di abbandonarsi, di lasciarsi amare nonostante una vita miserabile, è così grande e invalidante, che le persone si rifiutano di accoglierlo. 
A tutti Egli continua a dire: “Anche se ora tu non mi ami, non preoccuparti, perché io aspetterò: non rinuncerò mai ad amare proprio te. Qualunque errore, qualunque delitto tu abbia commesso, Io ti amo comunque, ti amo per quello che sei. Non voglio niente da te, non mi aspetto niente, non ti chiedo niente, non ti impongo niente: io rimango qui con te, sarò sempre alla porta del tuo cuore: entrerò solo se e quando tu vorrai”. 
Vale la pena allora di pensare seriamente a questo Amore; di pensare a questo dono impareggiabile che Dio mette gratuitamente a nostra disposizione, a questo DNA Trinitario che ci viene inspirato con la vita. Anche se non lo meritiamo. Anche se per noi “umani” rimane inspiegabile e incomprensibile.
Ma… ricordate la scena del figliol prodigo, quando ritornò dal Padre? Si era preparato per bene il suo discorsetto: “Gli dirò: Padre ho peccato contro il cielo e contro di te, e… bla, bla, bla...”. Ma prima ancora che aprisse bocca, il Padre, vedutolo da lontano, gli corre incontro, lo abbraccia, e in un intimo e commosso silenzio gli dice: “Ti aspettavo”.
Nient’altro: nessun rimprovero, nessuna recriminazione, nessuna accusa. Ecco: questo è l’amore di Dio. Una pagina del vangelo che per noi è illuminante: una “lectio magistralis” sull’amore del Padre celeste. In una analoga circostanza, in quel preciso istante, chiunque di noi, anche il più incallito prevaricatore, capirebbe la portata di quell’amore, capirebbe cosa significa essere i destinatari dell’amore Divino, un amore struggente che invade l’anima, un amore che conquista e inebria il cuore. Amen.


giovedì 17 maggio 2018

20 Maggio 2018 – Pentecoste


«Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 15,26-27; 16,12-15).

L’Ascensione al cielo di Gesù ha concluso il tempo della sua vita terrena, della sua presenza materiale, delle sue apparizioni post pasquali; con la Pentecoste, che celebriamo oggi, si apre quindi per i seguaci di Gesù un tempo nuovo, il tempo della Chiesa, dello Spirito Santo, il tempo degli uomini.
Ma cos’è successo in questi ultimi “cinquanta giorni”? Con la morte di Gesù, gli apostoli cadono nello sconforto, nella paura, nella delusione. Si rinchiudono nel Cenacolo, tutti insieme, terrorizzati. Il Cenacolo, in cui tutto ricorda ancora la recentissima “cena” con Gesù, è per loro come un grembo materno; lì si sentono al sicuro, protetti, al riparo da occhi indiscreti. I giorni trascorsi dalla Pasqua fino ad oggi, sono stati per loro un tempo di profonda crisi, di severa analisi della loro vita attuale, delle loro scelte.
Improvvisamente, come un terremoto, con il frastuono di un uragano, lo Spirito del Signore scende nei loro cuori, nelle loro menti, rivoluzionando completamente la loro esistenza. I loro pensieri, le loro incertezze, la loro vita, che prima andavano in un senso, ora improvvisamente cambiano direzione. Da timorosi, dimessi, spaventati che erano, diventano forti, intrepidi, battaglieri: lo Spirito li ha completamente trasformati: e grazie alla loro totale adesione, diventano “altri”. Questo è lo stile dello Spirito, e noi dobbiamo lasciarci docilmente sopraffare.
Certo, non è una cosa semplice, da nulla; si tratta di prendere in mano così, su due piedi, la nostra vita, o lasciarci andare. Perché lo Spirito è impetuoso, stravolge in un istante le nostre sicurezze terrene, i nostri progetti, i nostri rifugi mentali, nidi della nostra tiepidezza.
Quando invochiamo lo Spirito, dobbiamo quindi essere pronti ad accettarne le conseguenze: il nostro radicale cambiamento non potrà più essere rimandato, non potremo più accampare scuse, deve essere affrontato immediatamente. Con generosità, senza calcoli o sconti.
L’irruzione dello Spirito è sempre accompagnata da una crisi. Il termine “crisi” in greco vuol dire separare, distinguere, dividere”: la crisi è quindi un punto di rottura, di separazione, un momento in cui è necessario distinguere nella nostra vita ciò che dobbiamo tenere e ciò che dobbiamo abbandonare; riconoscere il nuovo e avere il coraggio di lasciare il vecchio.
È quindi impossibile crescere, evolvere, rinascere, cercando di sfuggire alle tante crisi che accompagnano la nostra vita. Ci sono le crisi dell’età: gli anni che scorrono velocemente e inesorabilmente; il passaggio dalla giovinezza all’età matura; i sessant’anni; la morte improvvisa delle persone che amiamo; l’abbandono di una persona amata che si allontana da noi; le disavventure e le difficoltà economiche, la perdita del lavoro. Ci sono le crisi mentali, spirituali: la fede che non ci sorregge più; la necessità di maggiori certezze; il decadimento delle nostre certezze, delle nostre convinzioni. Ci sono le crisi affettive: sentiamo che il nostro modo di amare non va più bene, ha bisogno di nuovi impulsi, di nuova vitalità, di maggiore profondità; emergono paure, blocchi mentali, sensazioni destabilizzanti, fino ad allora sconosciute; ci accorgiamo improvvisamente di non essere poi così liberi come pensavamo.
Ogni crisi comporta sofferenza, conflittualità interiore, ma ci matura, ci rende più forti, ci scuote nel profondo: esattamente come avviene con la discesa dello Spirito, momento topico in cui dobbiamo lasciare spazio alla vita, quella Vita che ci rende più veri, più maturi, più liberi, più trasparenti; il momento in cui Dio ci modella, ci plasma, ci forgia, per tornare ad essere come all’origine simili a Lui, a sua immagine perfetta. Chi evita la “crisi”, continuerà a rimanere infantile, involuto, mediocre nella sua stoltezza, uno scarabocchio vivente.
La festa di Pentecoste esprime dunque una verità fondamentale: Dio abita dentro di noi. Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi, ma è presente in noi con il suo Spirito.
Purtroppo tanti cristiani, troppi in realtà, quando si parla di “Spirito Santo” rimangono interdetti, non sanno cosa dire. E non sanno cosa dire perché non lo conoscono, non l’hanno mai percepito, mai sperimentato, mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia una “fissa” dei preti, un accessorio inutile, un di più di cui oggi se ne può anche fare a meno. Stanno benissimo così come stanno.
Errore macroscopico: lo Spirito non è un supplemento, non è un optional superfluo; è un elemento vitale, un elemento essenziale: è quel “soffio vitale” che Dio ha inspirato in noi fin dal primo istante di vita, anzi è Lui stesso, Dio, il nostro sussistere, la nostra vita, anche se il più delle volte non ne siamo consapevoli.
Pertanto, essere dello Spirito, essere “spirituali”, non vuol dire pregare continuamente, fare grandi donazioni di carità, compiere solo azioni pie e religiose, frequentare la chiesa assiduamente, partecipare devotamente ad ogni pellegrinaggio. Sono semplici corollari. Essere “spirituali” vuol dire fondamentalmente essere creature dello Spirito di Dio, vuol dire far trasparire, dimostrare apertamente chi è Colui che abita dentro di noi; far capire a tutti che è Lui che guida la nostra vita, che è Lui il nostro Consigliere, il nostro Assistente, il nostro Avvocato difensore. Essere “spirituali”, insomma, significa “indossare” quello stesso “stile di vita” che fu di Cristo, vivere cioè come “uomini nuovi”, che stanno nel mondo senza essere del mondo.
Il mistico cristiano Meister Eckhart diceva: “Tutte le creature sono orme di Dio... Dio dopo aver creato l’uomo non l’ha abbandonato, non se n’è andato per la sua strada, ma è rimasto in lui”.
Grande verità: solo che noi, quando guardiamo qualcuno, un fratello, notiamo tutto, osserviamo anche i particolari più insignificanti, ma non ci accorgiamo della presenza di Dio in lui. Ci fermiamo all’esterno, alle apparenze, quando invece dovremmo andare oltre, dovremmo entrare dentro, ammirarne l’anima, la Luce, sapendovi cogliere la forza, il desiderio nascosto di Vita. Dovremmo in una parola riconoscere e amare lo Spirito, forza dell’Amore di Dio, che inabita ogni essere umano. 
Noi siamo troppo distratti, siamo indifferenti allo Spirito, perché abbiamo un sacco di cose da fare: viviamo nell’ansia, nell’assillo quotidiano; nel nostro intimo siamo sempre insoddisfatti, mai pienamente felici. Ma non ci chiediamo mai il vero motivo di questa nostra irrequietezza, di questo nostro nervosismo. Cerchiamo di farcene una ragione, accusando lo stress, la vita caotica da cui tutti sono schiavizzati; ma la verità è che non vogliamo capire cos’è che non va in noi, preferiamo continuare a correre, a fare, a produrre, convinti di “crescere”, e non ci accorgiamo di rimanere fermi, immobili, concentrati solo sul materiale. Non riusciamo ad entrare nello Spirito. Questo è il problema. Non riusciamo a riconoscere il divino, non riusciamo a vedere il “nostro” Dio, che nonostante tutto alimenta pazientemente la nostra vita.
Purtroppo viviamo in una società che è incapace di guardare allo Spirito di Dio, concentrata com’è sull’avere, sul benessere, sull’egoismo. È vero: ci scandalizziamo per le nefandezze che succedono nel mondo, per le atrocità trasmesse dai telegiornali, senza pensare che dipendono anche da noi, da come viviamo, dai costumi e dalla mentalità della nostra società contemporanea: una società che non sa più pregare, che non sa più fare silenzio, che è incapace di comunicare con la propria anima; una società ormai alla deriva: sganciatasi dallo Spirito, ha fatto del materiale l’unico scopo di vita. 
Eppure davanti a noi abbiamo sempre due opzioni, due stili di vita da scegliere: essere materia o Spirito: siamo materia quando vediamo nell’amico, nella persona che ci chiede aiuto, uno che importuna, che scoccia, che dà fastidio; siamo Spirito se vediamo in lui un fratello che soffre, uno che magari è oppresso dalle difficoltà della vita; siamo materia quando al mattino pensiamo in negativo: fastidi da superare, contrarietà da appianare; siamo Spirito se pensiamo in positivo: un altro giorno regalatoci da Dio per godere della sua infinita bontà e misericordia; siamo materia quando guardiamo alla nostra vita in termini di successo, di conquiste, di notorietà, di benessere, di posizione sociale; siamo Spirito quando iniziamo a percepire e a seguire le aspirazioni del nostro cuore e della nostra anima; siamo materia quando sull’altare della Messa vediamo solo del pane e del vino, e siamo Spirito se vediamo in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Cristo, la sua amorosa presenza.
Tutto dunque per noi può essere materia, tutto può essere Spirito: dipende solo da noi; da come ci poniamo, da come viviamo, dalle priorità che stabiliamo nella nostra vita.
Ben venga allora questo uragano dello Spirito! Scenda nei nostri cuori una nuova scintilla divina che rianimi il fuoco dell’Amore che langue. Abbiamo assoluto bisogno di una nostra Pentecoste, una crisi, uno scossone, una ventata dello Spirito che ci costringa ad uscire dai nostri cenacoli di miseria e di paura. Uno Spirito che ci aiuti a camminare nuovamente a testa alta, sulle vie della vita, incuranti delle lusinghe diaboliche, e gridare al mondo intero: “Dio è con me, Dio è in me, niente e nessuno potrà mai più sopraffarmi!”. Amen.




giovedì 10 maggio 2018

13 Maggio 2018 – Ascensione del Signore


“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”.

Dio lascia questa terra e sale in cielo. È l’ascensione. Da quel momento Lui non è più materialmente presente su questa terra; ci ha lasciati, ma solo materialmente: perché il suo Spirito sarà sempre con noi, “fino alla fine dei secoli”. Lui è la forza che ci sorregge, è la fiducia, la vita; a Lui possiamo ricorrere continuamente, da Lui possiamo sempre attingere grazia a piene mani.
Lui è tornato al Padre: non sarà più Lui ad agire di persona quaggiù, ma lo farà nostro tramite: dobbiamo essere noi infatti le sue mani, i suoi piedi, i suoi occhi, la sua voce.
“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”. È questo il delicato e fondamentale compito che Egli ci ha affidato al momento del suo commiato.
Una volta si cercava di attuare queste parole mediante le missioni a tappeto, le guerre “sante”, le conversioni in massa degli infedeli: “Bisogna convertire il mondo. Bisogna rendere cristiani tutti gli abitanti del mondo. Bisogna battezzare tutti”.
Ma Gesù non vuole imporre nulla a nessuno, non vuole conquistare nessuno, né tantomeno fare seguaci con la forza. Gesù vuole solo che il suo annuncio di salvezza, il vangelo, arrivi a tutti: “Guarda, amico mio, che Dio è già dentro di te; tiralo fuori, fallo vivere, esprimilo. Io vengo solo per convincerti a guardarti dentro per capire chi è Colui che vive insieme a te”.
È quanto Lui faceva per le strade della Palestina: e chi gli credeva, guariva dalle malattie del corpo (ciechi, zoppi, lebbrosi, ecc.), e dalle malattie della vita (depressione, attaccamento, paura di ogni cosa, indifferenza, voglia di morire); guariva dall’aridità del cuore, dalla freddezza e dalla rigidità interna. Alcuni di questi credenti poi erano così “presi”, così entusiasti, così “toccati” da questa nuova prospettiva, che lasciavano tutto (casa, famiglia, moglie, figli, lavoro, giudizio della gente) e lo seguivano. Erano così cambiati, da chiamare “vita vera, vita autentica” perfino la morte corporale.
Per quanto ci riguarda, allora, non si tratta tanto di mettere qualcosa di “nuovo” dentro al loro cuore, ma di aiutarli a relazionarsi con quel Qualcuno che già posseggono! Significa realizzare la possibilità di un incontro personale, concretizzare un’esperienza che tutti possono e devono fare. Nessuno ha l’esclusiva di Dio. Dio non “appartiene” a nessuno: non è né mio né tuo. Non è neppure della Chiesa cattolica: semmai è la chiesa cattolica che appartiene a Dio. Nessuno può dire: “Io conosco già abbastanza di Dio, e questo mi basta”; al contrario: “Io voglio far crescere ogni giorno di più quel poco che conosco di Dio per viverlo coerentemente”. La catechesi, la predicazione, non devono cercare di annunciare un Dio nuovo: devono semplicemente far capire lo splendore, la grandezza, la potenza di quel Dio che, nel suo amore infinito, vive già in ogni creatura umana. 
Tutti abbiamo Dio in dono (siamo di Dio!). Ma tutti lo abbiamo in maniera “diversa”, con personalissimi carismi: “Tu hai la tua esperienza di Dio; io la mia. Non devi darmi ad ogni costo la tua; aiutami soltanto a trovare la mia”.
Dio non è una formula, né una preghiera, né una pagina di catechesi: Dio è una presenza. Educare a Dio vuol dire mettere gli altri in collegamento, in relazione, col Dio che già vive in loro. Altrimenti non facciamo “annuncio”, ma “costrizione”, imponiamo soltanto la nostra idea, la nostra immagine di Dio (piena tra l’altro dei nostri personalismi), senza pensare che in questo modo allontaniamo la gente dal loro” Dio.
Questo è il nostro compito, questo vuol dire continuare l’opera di Gesù, questo vuol dire lavorare in stretta collaborazione con lui.
Il vangelo è chiaro: “Essi (cioè noi) partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (16,20).
Sono le ultimissime parole del vangelo di Marco: la storia di Gesù finisce qui; da questo momento inizia quella della sua Chiesa, inizia la “nostra” storia.
Ma non dobbiamo mai dimenticare che è sempre Lui che “opera” attraverso di noi: è Lui che “conferma” quello che di buono facciamo in suo nome.
“Operando insieme”, in greco è “sinerguntos”, da “sin-ergo”: collaborare, cooperare, essere coadiutore, socio, collega; agiamo cioè in “sinergia” con Dio, solo che noi siamo il telaio, le ruote, il volante; Lui è il motore, la potenza, la forza motrice, la energheia.
Possiamo dire che c’è in atto una stretta cooperazione: Lui fa sempre la sua parte; ma noi?
“Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”.
Per Gesù “salvezza” significa vivere alla luce del vangelo, significa vivere una vita vibrante, appassionata, una vita che esprima gioia, in cui l’amore scorra copioso; una vita in cui poter andare con la fede oltre le nostre piccolezze, i nostri limiti; in cui poter incontrare veramente Dio, venire infiammati dal suo amore.
Il vangelo, a questo proposito, enumera anche i segni che distingueranno coloro che credono, i “salvati”.
“Scacceranno i demoni”: nel vangelo i demoni parlano e hanno voce, esattamente come nella nostra vita: sono tutto quel vociare, quell’ammasso di programmi, di discorsi, di prediche, di schemi inutili; quel peso superfluo che ci appesantisce, che ci impedisce di volare in alto, che ci uccide d’inedia, che ci fa morire di sovrappeso. Noi possiamo scacciare tutti questi demoni, queste voci, questi schemi: possiamo liberarci di tutta questa zavorra che non ci conduce a Dio, ma lontano da lui. Non è neppure troppo difficile: gli schemi, le parole, sono solo schemi e parole: si possono cambiare, sostituire, eliminare.
“Parleranno lingue nuove”. Abbiamo mai ascoltato i nostri discorsi, i discorsi della gente? Del tempo, di ciò che ha fatto il vicino, il collega, il capoufficio, dell’ultimo gossip; e poi tante “chiacchiere” inutili, insinuazioni, discorsi vuoti, spersonalizzati, senza un’anima. La gente, parlando, crede di comunicare, di esprimersi; ma non fa altro che moltiplicare linguaggi inutili!
Quali sono allora le lingue nuove con le quali noi dovremo esprimerci? È il linguaggio del silenzio, il grande linguaggio del frenare la lingua, di chiudere la bocca e ascoltare; è il linguaggio degli occhi, specchio dell’anima; il linguaggio del cuore, con cui esprimere le nostre emozioni, le nostre paure, i nostri bisogni, i nostri desideri; è il linguaggio dell’anima, con cui piangere di gioia, commuoverci, stupirci, meravigliarci, essere felici. Noi siamo talmente distratti, che neppure immaginano quali vibrazioni, quanta vita, quanta energia, quanta forza, possiamo comunicare attraverso questi linguaggi, con queste parole, che non sono “parole”, ma effusioni dell’anima.
Prenderanno in mano i serpenti”. Il serpente è pericoloso, a volte mortale. Quante volte evitiamo cose e persone perché ci sembrano viscide, sfuggenti come serpenti: ci fanno ribrezzo, paura, pensiamo di non farcela ad affrontarle; sono situazioni troppo impegnative per noi, troppo pericolose, troppo insidiose. Ma la nostra è solo paura. “Con me puoi tutto”, dice il Signore: prendiamo in mano i nostri serpenti, affrontiamoli: non crediamo più in niente, non andiamo più in chiesa, siamo stanchi di sentire sempre le stesse prediche, i preti non ci trasmettono più nulla? Esaminiamo il problema! Non abbiamo più fiducia né stima per nessuno, non sopportiamo più i vicini, i parenti, gli amici, la loro presenza ci infastidisce? Fermiamoci: affrontiamo la questione; prendiamo in mano il serpente, analizziamo la nostra fede, la nostra carità, la nostra coerenza. Svegliamoci dal nostro torpore, scuotiamoci dalle nostre paure; chiediamo a Dio nuova forza, nuovo vigore, nuovo entusiasmo. Non tiriamo avanti fingendo che tutto vada bene! Non permettiamo che il serpente di turno si annidi in noi, strisciando nella nostra vita. Se abbiamo fede, se ci comportiamo come ha fatto Gesù, se usiamo la Sua carità, il Suo amore, troveremo sicuramente la forza, il modo giusto e indolore per rendere inoffensivi tutti i nostri serpenti! Con Lui possiamo affrontare e vincere tutto. Quello che Lui, il Figlio di Dio, ha umanamente fatto, noi lo possiamo ripetere.
Se siamo convinti di questo, se la nostra fede è tale da smuovere le montagne, nulla ci sarà mai impossibile. Gesù stesso lo ha detto: “Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi perché io vado al Padre” (Gv 14,12).
Questo ci dice l’Ascensione. Non fermiamoci allora come i “viri Galilaei” col naso all’insù, aspicientes in caelum” a “guardare il cielo”. Non continuiamo a rimanere “imbambolati”; di cosa dubitiamo ancora? Muoviamoci. Tutto dipende da noi; Egli sta aspettando! Amen.



giovedì 3 maggio 2018

6 Maggio 2018 – VI Domenica di Pasqua


«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15,9-17).

Dio ci ama gratuitamente, illimitatamente, al di là di tutto. Lui non ci chiede di essere osservanti, giusti, buoni; Lui ci chiede solo di accoglierlo e di lasciarci amare.
Il suo è un amore gratuito, un amore immeritato: è l’amore di Dio: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. Un amore totalmente opposto rispetto a quello degli uomini che è condizionato, interessato, egoista. Noi infatti amiamo, è vero, ma poniamo dei limiti al nostro amore; stiamo molto attenti ad averne un “ritorno”; difficilmente siamo disinteressati; possiamo anche accettare per una volta la mancanza di gratitudine, un comportamento freddo e indifferente, ma se la cosa dovesse ripetersi, tagliamo immediatamente i ponti: “Ti voglio bene ma non posso perdere altro tempo con te”, e ce ne andiamo, offesi, per la nostra strada.
L’amore degli uomini è mosso sempre da qualche “distinguo”, l’amore di Dio no: è illimitato, eterno. Il nostro debito di riconoscenza verso di Lui nasce dal primo istante di vita, perché egli ci ha amati da sempre, prima ancora che nascessimo.
Egli ci ha amati e ci ama di un amore totalmente libero, incondizionato, gratuito.
Rimanete nel mio amore”, ci dice; e su questo noi dobbiamo costruire il nostro programma: riversare cioè sugli altri, sul prossimo, un amore il più possibile “simile” al suo, senza aspettative e senza pretese. Un programma, quello di rimanere “nell’amore di Dio” che prevede l’osservanza dei suoi comandamenti: “Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore…”.
Certo, osservare i suoi comandamenti, non è una condizione da poco: anche perché quando noi sentiamo alludere ai “comandamenti” pensiamo automaticamente che si tratti delle leggi contenute nel famoso Decalogo veterotestamentario. Ma le parole di Gesù, riportate da Giovanni, non si riferivano è questo: anche perché sia Giovanni che gli altri evangelisti non fanno mai alcuna allusione a “comandamenti”, nei vangeli non esiste nessuna “lista” di obblighi, tranne che per quelli relativi all’amore per Dio e per il prossimo; due “comandamenti” che Gesù ha appunto condensato nel suo unico “comandamento dell’amore”: “Amatevi come io vi ho amato”: e ce ne dà subito l’esempio, lavando i piedi ai discepoli, identificando cioè l’amore con il “mettersi a servizio completo dei fratelli”. Amore, carità, servizio. Questa è la “novità” dell’unico comandamento, all’osservanza del quale Gesù condiziona il nostro “rimanere nel suo amore”. Una prospettiva questa, che ci fa affrontare con gioia, con entusiasmo, qualunque difficoltà nell’osservare i “suoi comandamenti”: il segno evidente del nostro amare Dio e il prossimo come Gesù ci ha insegnato, è dunque la felicità, l’allegria, la serenità della nostra vita: un sentimento profondo, intimo, rassicurante, che ci tranquillizza, che ci fa sentire al posto giusto nel momento giusto, che ci rassicura sulla bontà dei nostri progetti, sulla strada che stiamo percorrendo, che ci fa capire che siamo in questo mondo per qualcosa di veramente importante, che ci crea una sensazione di vitalità tutta nuova, di libertà: in una parola amiamo sentendoci amati.
“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
Qui però ci perdiamo. Perché è un’affermazione che spesso viene capita male: “dare la vita per gli amici”, interpretata con “morire” per essi, è infatti un’iperbole difficilmente attuabile: in altre parole per osservare integralmente il comandamento dell’amore, uno dovrebbe morire, dovrebbe cioè sacrificarsi fino alle conseguenze più estreme, rinunciare cioè alla propria vita materiale. Quindi, per assurdo, amare gli altri senza “morire” per loro, equivarrebbe amare in maniera imperfetta, non evangelica, non in linea con l’amore di Gesù: egli infatti ha realmente sacrificato la sua vita sulla croce per amore nostro; non farlo anche noi, significherebbe essere dei cattivi cristiani, amare gli altri in maniera imperfetta, non al massimo grado.
Ma non è questo il significato delle parole di Gesù.
Egli non impone eroismi, non vuole assolutamente che noi rinunciamo al grande dono della vita che lui stesso ci ha donato: semmai lo prevede molto di rado, con persone speciali, con i santi autentici, e solo in particolarissime circostanze.
La nostra santità passa invece attraverso gli eroismi della normalità. La vita che noi dobbiamo donare, che dobbiamo “spendere” per il prossimo, non è quella materiale, ma quella che ci rende creature “spirituali”, quella vita cioè che viviamo in unione con Dio, quella vita che nobilita la nostra volontà, i nostri sentimenti. Del resto Giovanni nel suo vangelo è molto chiaro: quando dice dare la vita”, non usa il termine “zoé” che indica la vita materiale, quella che ci fa vivere (qua vivimus), oppure “bios” che allude al nostro modo di vivere, alle cose che facciamo (quam vivimus); usa invece il termine “psyché”, che nella lingua greca del Nuovo Testamento significa appunto "anima, respiro, soffio vitale”. Allora la vita che dobbiamo donare ai nostri amici, è la nostra anima, la nostra disponibilità, il nostro amore, le nostre attenzioni; è lo Spirito che abbiamo dentro, quello che ci rende creature spirituali, figli di Dio. In altre parole è quell’amore che Dio continua a donarci gratuitamente; meglio, è quel suo amore infinito e “sovrabbondante” di grazia, superiore cioè ad ogni nostra necessità, che noi cristiani dobbiamo gratuitamente e gioiosamente ridistribuire a beneficio dei fratelli.
Fare dono della vita “materiale”, quella esteriore, non serve. Non serve soprattutto quando la riferiamo ai figli. Perché il vero dono da dare ad un figlio non è il benessere, la ricchezza, l’opulenza, la prosperità fisica: ma è mettergli a disposizione tutto ciò che siamo, tutto ciò che abbiamo dentro, la nostra parte più vera, più profonda; è dargli la nostra anima, il nostro amore, i nostri slanci, le nostre convinzioni, i nostri ideali.
Certo, se noi non abbiamo nessuna vita interiore, nessun entusiasmo, nessun ideale, nessun progetto; se non abbiamo dentro di noi lo Spirito; se non abbiamo nessuna certezza, nessuna fede, nessuna carità, nessuna speranza, che “vita” potremmo mai “dare” ai fratelli?
“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Ecco, questo è il mandato chiaro e inequivocabile che abbiamo ricevuto. I mezzi per attuarlo sono altrettanto chiari. Dobbiamo solo muoverci. Amen.



giovedì 26 aprile 2018

29 Aprile 2018 – V Domenica di Pasqua


«Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano». (Gv 15,1-8)

Il brano del vangelo di oggi è tratto dal lungo discorso di addio, che Gesù ha rivolto ai suoi prima di morire (Cfr. Gv 13-27). In quel contesto Gesù apre completamente il suo cuore ai discepoli, e manifesta loro, con grande amore, i suoi sentimenti più profondi: parla di sé, di loro, di ciò che lo preoccupa, di ciò che li aspetterà in futuro, dell’amore e dell’odio che incontreranno nel mondo. E per spiegare in maniera più comprensibile chi è lui, il suo ruolo, la sua leadership, ricorre all’immagine della vite e dei tralci: Lui è la vite, loro i tralci: il tralcio, rispetto alla vite, è indipendente, è un'altra cosa. Non è la vite. Ma se il tralcio rimane unito alla vite porta frutto; staccato da essa, tagliato via, dissecca e non porterà mai frutto. La vite è per il tralcio la forza, il nutrimento, la vita, il suo tutto. E il tralcio, pur essendo tralcio, diverso dalla vite, forma un tutt'uno con la vite.
L’immagine, molto chiara e accattivante sul rapporto vitale che ci “lega” a Gesù, rende anche perfettamente ciò che dovrebbe essere la comunità cristiana: tutti uniti (un’unica vite) ma ciascuno nella sua grande diversità (tralci diversi con una resa diversa). Infatti, pur essendo un tutt’uno con la vite, siamo comunque assolutamente “diversi”, siamo cioè tutti “entità uniche e autonome tra loro”. Guardiamoci attorno: c’è chi ama l’arte, chi il disegno, chi la musica, chi la pittura, chi lo studio, chi la letteratura, chi lo sport, chi viaggiare. Ma se non siamo per niente studiosi, o artisti, o musicisti, o sportivi, non per questo siamo inferiori agli altri: siamo tutti tralci, è vero, ma “dissimili” tra noi. Ogni tralcio è se stesso, siamo noi, sono io: nome e cognome.
Spesso succede, invece, di pensarci tutti uguali: e pretendiamo di uniformare gli altri a noi (non noi agli altri!); se non corrispondono al nostro modello, non ci soddisfano, li critichiamo, li giudichiamo, li condanniamo. Non sappiamo accettare la diversità, l’unicità altrui. Ognuno invece ha una sua identità, una sua dignità, una sua potenzialità; ognuno è un tralcio singolo, sviluppato per portare la sua quantità di frutto.
Ciò che unisce una famiglia, una comunità, non è fare tutti insieme le stesse cose, ma è l’amore, il dialogo, la condivisione.
Molte famiglie si credono unite perché, magari, si ritrovano insieme tutte le domeniche a pranzo. Ma questa non è unione. Unione significa essere un’anima sola, un cuore solo; significa condividere reciprocamente i propri pensieri, le proprie emozioni, le proprie preoccupazioni, la propria vita: esattamente come avviene tra la vite e i suoi tralci.
L’allusione alla vite era molto comune ai tempi di Gesù. Il vino, frutto della vite, per gli antichi era il simbolo della felicità, dell’ebbrezza, dell’intensità del piacere, della vita vera. Quando a Cana, alle nozze, manca il vino la festa sembra compromessa, sembra finire; ma poi ci pensa Gesù e la festa e le danze ricominciano con maggior entusiasmo perché il vino, quello migliore, improvvisamente è riapparso in abbondanza. Così l’immagine dei tralci uniti alla vite, proposta dal vangelo di oggi, ci dice gioia, felicità, frutto abbondante, vendemmia assicurata: e ciò grazie alla vita, alla linfa che scorre continuamente al loro interno.
Il riferimento a noi è immediato: se perdiamo contatto con le nostre radici, con la vite, con la Vita, nessuna gioia è più possibile. Noi infatti siamo come tanti tralci: per cui non separiamoci dalla vite, dalla nostra unica fonte di Vita; non isoliamoci mai, non separiamo mai il nostro cuore dalla nostra anima, non distruggiamo la comunione profonda che li lega, non tagliamoci fuori da questa intimità, da ciò che abbiamo e proviamo dentro di noi, perché, in quel preciso istante, noi ci perderemo; non avremo più linfa, seccheremo, moriremo, diventeremo inutili sarmenti destinati a bruciare. È la legge fondamentale della vita.
Gesù si propone come la Vite/Vita vera: “Io sono il sapore della vita, io sono il gusto della vita, io sono l’ebbrezza della vita, io sono l’elisir della vita, io sono il vero piacere della vita”.
Ogni volta che il sacerdote nell’eucaristia pronuncia sul vino: “Questo è il calice del mio sangue, versato per voi”, ci suggerisce due cose importanti: che il sangue rappresenta la sofferenza, l’aspetto difficile della vita, l’aspetto duro, ostico, doloroso (del resto nel vangelo si parla di essere potati, purificati, tagliati); ma ci dice anche che il vino di quel calice è Gesù stesso, quel vino è il nostro gusto, il nostro sapore, la nostra gioia di vivere; è ciò che ci infonde vitalità, entusiasmo, serenità, amore, essenza di vita perenne.
La vita è un piacere; vivere è bello, entusiasmante, appassionante. Nella misura in cui sperimentiamo, assaporiamo, viviamo l’Amore.
Molti straparlano di amore, di amore di Dio: sono convinti di essere gli unici “illuminati”, gli unici destinatari, gli esclusivi custodi dell'amore divino; e per essere degni di questa loro “elezione”, conducono una vita triste, sconsolata, passiva, con scelte volutamente cariche di sacrifici, di sofferenze, di privazioni. Ma non è così che dimostriamo di “amare Dio”. Non è questo l’amore che Dio vuole da noi. Dio ha creato il mondo, le persone, le cose, il buon cibo, il sole, il vento, le stelle, i fiori e i colori, solo ed esclusivamente per noi; perché noi li potessimo ammirare, prendere, assaporare; perché potessimo gioire della loro bontà, riempiendoci il cuore e l’anima.
Dio è buono. Egli ci ama e ci vuole soddisfatti. Non dobbiamo aver paura di essere felici. Il Talmud dice in proposito: “Saremo giudicati per tutte le bellezze e i piaceri che Dio ci ha messo a disposizione e che noi abbiamo sdegnosamente ignorato”. Ovviamente non dobbiamo mai assolutizzare questo piacere, non dobbiamo finalizzarlo per non diventarne succubi. Tutto ciò che esiste, il mondo intero, esiste per noi; ma esiste non perché lo possediamo egoisticamente, non perché lo rapiniamo, lo dominiamo, lo distruggiamo, ma perché lo godiamo, condividendone serenamente la bellezza e la bontà con i nostri fratelli.
Noi invece vorremmo possederlo questo mondo: vorremmo che esistesse solo per noi, che fossimo noi i soli a goderne la bellezza: ciò succede inconsciamente, per esempio, anche quando, di fronte ad un paesaggio incantevole, oltre che a fermarci ad ammirarlo, a goderne in silenzio la sua maestosità, ci preoccupiamo soprattutto di fotografarlo in ogni suo particolare, in ogni sua sfumatura; vogliamo cioè in qualche modo catturarlo, possederlo, custodirlo sempre con noi, a nostro esclusivo uso e piacere. Il peggio purtroppo è che ci comportiamo così anche con le persone: spesso non le godiamo, non gustiamo la gioia della loro presenza, della loro compagnia, della loro amicizia; ci preoccupiamo soprattutto di trovare un modo per servirci di loro, siamo preoccupati soltanto di possederle, di sottometterle a nostro uso e consumo.
Godere è lasciare invece che le persone esistano, che vivano la loro vita. Godere è condividere la loro anima dentro di noi, assaporarne la bontà, la generosità, la disponibilità, ma lasciarle libere dove sono, non volerle possedere, circuire, perché non sono nostre. L’amore vero è gioia pura che dà continuamente vita; il possesso invece, anche se al momento è attraente, se stuzzica i nostri sensi, se ci offre soddisfazione immediata, ben presto svilisce, perde la sua attrazione, intristisce e soffoca l’anima.
L’immagine del tralcio unito alla vite ci ricorda il presupposto della sopravvivenza: se il tralcio si stacca dalla linfa che lo nutre, muore. Ecco perché il vangelo dice: “Rimanete in me”. Ce lo ripete insistentemente. Perché in questo “rimanere” c’è il segreto di ogni cosa. Se ci stacchiamo dal nostro Spirito interiore per noi è la fine. Se crediamo che la felicità consista nell’esteriorità, nel possedere, nel gozzovigliare, nel divertirci e basta, ci illudiamo: continueremo per tutta la vita a rincorrerla invano, senza alcun risultato, perché ciò che ci rende veramente felici non si trova all’esterno, ma dentro di noi. Le parole di Gesù sembrano lontane, astratte, riservate ai grandi mistici: “Rimanete in me; io in voi; voi in me”. Sembrano astruse, ermetiche, ma al contrario dicono una cosa semplice, elementare: l’intimità con Dio, linfa vitale, è data non da quanto facciamo, ma da quanto in profondità noi andiamo. Solo nel nostro profondo possiamo incontrarlo e rimanere in contatto diretto con Lui.
Tutti noi andiamo in chiesa per incontrarlo: ma non basta. Non basta andare in chiesa e riempire Dio di paroloni, di promesse, di inchini e genuflessioni a mezz’asta! Molti purtroppo parlano a Dio ma non con Dio. Molti cristiani, come pure molti preti e persone consacrate, quando sono in chiesa, quando pregano, dimostrano inequivocabilmente di non provare alcuna vibrazione interiore, alcuna vitalità spirituale, nessuno slancio: solo superficialità. Sembra proprio che le parole del Vangelo che proclamano non li riguardi; che non si lascino toccare da ciò che fanno e sentono; che non provino in alcun modo l’ebbrezza del canto o la commozione del silenzio. Insomma, dimostrano di essere persone che non parlano con Dio; semmai persone che lo riempiono semplicemente di fumo, di chiacchiere, di dovuto, di noia.
Nella vita, ovunque siamo, qualunque cosa facciamo, possiamo trovare la felicità autentica, assoluta, solo dentro di noi, nell’anima, punto di contatto con Dio, santuario in cui il suo Cuore palpita col nostro, sorgente da cui sgorgano le nostre emozioni più vitali: il pianto, la gioia, il dolore, il conforto, la riconoscenza, l’amore. “Introire secum” vuol dire allora percepire questa linfa divina che scorre dentro di noi, esserne riempiti, saturati, sommersi; vuol dire “rifugiarsi dentro”, nella nostra anima, e lasciarci sommergere interamente da Dio. Se rimaniamo lì, in Lui, allora finalmente capiremo “chi” siamo in realtà; allora finalmente capiremo quanto fortunati siamo ad averlo sempre con noi; allora finalmente conosceremo tutte le sfumature della Sua chiamata, tutte le implicazioni per la nostra vita, anche quelle più impegnative e forse a noi meno gradite. Ma soprattutto allora potremo finalmente perderci nella Sua grandezza, nella Sua bellezza, nella Sua immensità, nel suo Amore infinito. Amen.