giovedì 15 settembre 2011

18 Settembre 2011 – XXV Domenica del Tempo Ordinario

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna…».
La parabola di oggi potrebbe sembrare a prima vista una difesa dell’autonomia discrezionale del datore di lavoro nello stabilire la retribuzione ai suoi operai. Un padrone, dunque, esce di primo mattino per cercare degli operai a giornata da mandare nella sua vigna: trovatili, si accorda con loro per “un denaro”, il corrispettivo di quei tempi per un giorno lavorativo. Preoccupato però per l’urgenza della vendemmia, esce ancora, in ore diverse del mattino e del pomeriggio, e continua ad assumere chi trova, mandando tutti a lavorare nella sua vigna. Alla fine della giornata, gli operai si presentano dal padrone per ricevere ciascuno la sua paga: per primi vengono chiamati quelli che hanno lavorato un’ora soltanto e ad essi il padrone consegna un denaro ciascuno. A questo punto gli altri, fatto un rapido calcolo, pensano di ricevere una paga proporzionale alle ore di lavoro rispettivamente effettuate. E invece niente: sia chi ha lavorato un’ora, sia chi tre ore, sia chi l’intera giornata, tutti ricevono la stessa identica paga di un denaro a testa. Beh, di fronte ad un simile trattamento penso che anche noi ci saremmo sicuramente “alterati”: quanto meno avremmo denunciato tale sperequazione al competente “sindacato”, magari ricorrendo pure ad uno sciopero esemplare. Secondo i nostri contratti collettivi di lavoro, un trattamento simile è infatti assolutamente inammissibile. Le nostre leggi economiche decretano: “La paga va liquidata al dipendente sulla base delle ore lavorative prestate”. Quindi, se chi aveva lavorato un’ora aveva avuto un denaro, chi ne aveva lavorato nove doveva incassare nove denari: punto. Non c’è scampo.
Ma Dio, fratelli miei, non ragiona come noi; Egli si comporta diversamente. Dio non dà secondo i nostri “diritti”, Dio non usa i parametri sindacali: Dio agisce così perché ama! Egli ha dato il minimo giornaliero di sopravvivenza a tutti, indipendentemente dalla quantità di “lavoro” svolto da ciascuno, proprio perché ama tutte le sue creature allo stesso modo e vuole che tutti, indistintamente, abbiamo le stesse possibilità di vita.
La giustizia di Dio non è legata ad alcuna legge economica del tipo: “Hai lavorato tot, eccoti tot”. Egli non pensa come tanti ricchi della nostra società industrializzata: “Se non lavori e non guadagni tanto da poterti sfamare, è un problema tuo, non mio”. No, fratelli, questa non è la giustizia di Dio: la sua è la giustizia dell’amore, del cuore. Dio vuole che ciascuno viva, che ciascuno abbia il necessario, che ciascuno possa avere le stesse possibilità per realizzarsi.
La chiave della parabola sta invece altrove, fratelli: ossia nel mettere allo scoperto e nel condannare un nostro comportamento molto comune, quello cioè di confrontarci sempre con gli altri. Lo scontento, il malessere, la convinzione di subire ingiustizie, sentimenti che spesso ci affliggono, provengono quindi non dall’esterno, dagli altri, ma esclusivamente dal nostro interno, dalla gelosia che scaturisce dal nostro continuo confrontarci egoisticamente con quanto succede agli altri: una serpe velenosa, l’invidia, si insinua nei nostri cuori, obnubila la nostra mente, e ci destabilizza da ogni logico raziocinio: “lui sì, io no! Lui tanto, io poco!”
La molla che fa scatenare il malcontento degli operai della prima ora,a ben vedere, non è quindi il comportamento del padrone nei loro confronti: essi infatti hanno ricevuto esattamente quello che avevano concordato: chiuso; è invece la constatazione della somma percepita dagli altri la responsabile del loro malumore: e questa, fratelli, in una parola, si chiama “invidia”. A nessuno di essi interessa più l’essere stato trattato con giustizia dal padrone; quello che ora li manda in bestia è che gli altri hanno guadagnato di più lavorando di meno.
Ecco, è su questo atteggiamento, fratelli miei, che dobbiamo meditare: a chi di noi non è mai capitato di comportarsi così? Chi di noi, in qualche modo, non ha mai ceduto all’invidia? Se lo negassimo saremmo disonesti con noi stessi. Tutti noi, chi più chi meno, in certe situazioni pecchiamo di incoerenza, non siamo onesti, obiettivi. I nostri rapporti “fraterni” perdono di lucidità, di autenticità.
Certo, un normale confronto con gli altri è assolutamente normale: non viviamo soli in questo mondo. Quello che è innaturale, decisamente negativo, è impostare la nostra esistenza su quella degli altri, condizionare i nostri stati d’animo a quello che di meglio e di più succede agli altri.
È come se il padrone del vangelo in pratica ci dicesse: “Io e te abbiamo concordato una giornata di lavoro per un denaro: tu eri contento così e lo hai accettato; perché ora sei tanto arrabbiato? Perché vuoi impedirmi di essere generoso, buono e grande d’animo con gli altri? Ti ho forse tolto qualcosa? Ti ho defraudato di qualcosa? E allora perché ti lamenti?”. E mette il dito nella piaga, facendo capire quanto sia dannoso un confronto invidioso con l’altro. Se fossero stati presenti soltanto gli operai della prima ora, non ci sarebbe stato alcun problema. Sarebbero stati tutti felici: avevano lavorato, avevano guadagnato il pattuito, e tutti se ne sarebbero tornati a casa soddisfatti. Cos’è che ha rovinato la loro festa e la loro gioia? Il confronto, fratelli. L’aver visto per gli altri un trattamento migliore del loro: e non vanno più a casa felici per quello che hanno guadagnato, ma tristi e infuriati perché gli altri hanno guadagnato di più. Eppure sono stati trattati con giustizia, hanno portato a casa il pattuito, che motivo c’era per lamentarsi?
Purtroppo è così: il confronto malevolo, l’invidia, toglie ogni valore a tutto quello che abbiamo: non lo consideriamo più, non lo gustiamo, non lo viviamo più; non guardiamo più a noi stessi, a ciò che siamo, a ciò che abbiamo, ma abbiamo lo sguardo fisso sugli altri. E il confronto con loro ci distrugge, ci rovina la vita, ci porta ad odiarli.
Lasciamo perdere, fratelli: credetemi, questo confrontarci maniacale con gli altri è una gara persa in partenza; nella vita ci sarà sempre qualcuno che è più di noi, che ha più di noi, che sa più di noi, che è più bravo di noi, più apprezzato, più bello. Se non siamo felici, la causa non sono gli altri, ma siamo noi; il vero problema siamo noi, fratelli, soltanto noi! Non ci accettiamo per quello che siamo; non siamo sicuri di noi stessi, pensiamo di non valere e ci mettiamo continuamente alla prova: “Ho di più io o gli altri? Sono più intelligente io o gli altri? Sono più bravo… onesto… rispettabile… cristiano… simpatico… bello… io o gli altri?”. Se la risposta è “io”, allora tutto è ok: ci sentiamo a posto, soddisfatti di essere superiori agli altri: è l’orgoglio che ci sostiene. Ma se la risposta è “gli altri”, allora crolliamo, cadiamo in depressione; oppure scatta in noi una insana rincorsa per essere e per avere sempre di più, più di ogni altro; oppure, ancora, attacchiamo, giudichiamo ingiustamente e con livore gli altri perché secondo noi non meritano di essere o di avere più di noi: “Non è giusto!”.
E questo succede perché nella vita siamo noi, purtroppo, i più accaniti sostenitori dei nostri meriti, siamo noi in assoluto gli unici a poter vantare dei meriti.
Ebbene: Gesù con questa parabola, se la prende proprio con la logica del merito, secondo cui Dio ci ama e ci premia in funzione dei nostri meriti; lo fa perché lo meritiamo, perché ci comportiamo bene. Così la pensavano i devoti del suo tempo. E così la pensiamo anche noi. Ma Gesù dà una spallata a questa logica umana: una logica che pone la giustizia come unico modo di relazionarsi fra le persone e con Dio. Per carità, la giustizia è certamente importante, ma rischia di trasformarsi in un'arida contabilità dei meriti. Invece, molto più importante del merito, c'è la grazia, c’è il dono: è questo che praticamente ci dice oggi Gesù.
Allora, non cadiamo, fratelli, nell’errore degli operai della prima ora: essi non hanno capito con quale padrone hanno a che fare. Hanno ridotto la loro fede semplicemente a fatica e sudore. Peggio: guardano con sospetto gli altri, quasi fossero concorrenti dei loro privilegi. Ma non è così che deve essere, soprattutto per noi che abbiamo colto la luce del Vangelo.
Rinunciamo a questa gara di chi è più meritevole, a questo confrontarci ossessivamente con gli altri: cerchiamo di essere noi stessi, non sragioniamo! Accettiamo gli altri per quello che sono: nostri fratelli. Perché ridurci a confrontare una pera con una mela? Vale di più la pera o la mela? Che senso ha? Sono due frutti diversi, entrambi ottimi, punto e basta! Che senso ha guardarsi in cagnesco, paragonarsi con cattiveria, confrontarsi invidiosamente e farsi vicendevolmente i conti in tasca? Lo ripeto: non perdiamo tempo, imitiamo invece Gesù, mite e umile di cuore.
Ringraziamolo e gioiamo per la grazia che ci ha concesso di poter lavorare nella sua vigna, pur non disponendo di alcuna specializzazione; gioiamo per la possibilità offerta anche agli altri nostri fratelli anche a quelli dell’ultimo momento di accogliere quella stessa grazia che ha donato a noi e che ci ha trasformati. La bontà di Dio contagi ogni istante della nostra vita, renda questa nostra “giornata lavorativa”, sin d'ora, specchio di quella gioia che il Signore un giorno riverserà nei nostri cuori. Il nostro Dio, amore infinito, ci faccia uscire dalle ristrettezze di una fede "sindacale", per percepire, almeno un poco, il calore di quell’immenso fuoco d'amore e di bontà che è il suo cuore. Auguriamocelo umilmente. Amen.
 

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